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roteante attorno alla testa, è sempre pronto a ripartire come nuovo. Insomma,
una grande espressione della cultura americana, società radicalmente puritana, in
cui i buoni vedranno sempre ricompensate le loro fatiche e dove i bambini non
devono essere contaminati dalle brutture e i problemi del mondo degli adulti
(come sesso e violenza), ma devono soltanto pensare a ridere, giocare e divertirsi.
In questo clima edenico però, all’improvviso, arriva in TV qualcosa di diverso:
dei disegni animati con protagonisti delle persone che sembrano vere (e non dei
bu animali antropomorzzati), che reagiscono contro gli alieni cattivi salendo
in robot giganti e combattendo con le proprie mani, e, invece che aspettare che
qualcuno li salvi, si salvano da soli. Nessun velo, poca ironia, e ben poca retorica;
i personaggi sanguinano, si feriscono e muoiono addirittura. Da qui a “questi
cartoni sono brutti, violenti e fanno male” il passo è breve e immediato: improv-
visamente, chi guarda questi “cartoni”, è più propenso a picchiare gli amichetti
e il fratellino, cosa che con i “cartoni belli” di prima non accadeva… e dove sta
l’incomprensione? A monte. Ma molto a monte.
L’animazione americana nel periodo in esame (intorno agli anni ‘70), sotto la so-
verchiante inuenza disneyana, è un meraviglioso gioco creativo fatto di immagini
e fantasia, quindi perfetto per i bambini. Da qui nasce l’idea, diusissima ancora
oggi, che l’animazione è un “genere”, e, ancor più nel dettaglio, “un genere per
bambini”. Niente di meno, ma, soprattutto, niente di più. Tuttavia in Giappone
le cose non stanno così. Lo stesso Dio dei manga, Osamu Tezuka, ce lo fa capire
con un suo famoso intervento di quegli anni ad una conferenza nazionale sulla
medicina: “I bambini arontano problemi come la violenza, l’abuso, il suicidio […]
che la medicina non può guarire. Si potrà mai aiutare psicologicamente questi bam-
bini ed essergli di sostegno? Anche quando si trovano in dicoltà, per principio non
parlano con gli adulti, né si condano sulle loro vere intenzioni. Tuttavia si aspettano
dei messaggi seri dagli adulti. Io continuerò a mandargli messaggi attraverso i manga
e gli anime.” Ecco quindi la prima incomprensione: l’animazione non è più un
semplice “genere”, ma, come abbiamo già visto qualche capitolo fa, un vero e
proprio “linguaggio” (e in quanto tale, poi, non parla soltanto ai bambini). Ma
non nisce qui. Come si evince anche dalle parole di Tezuka infatti, l’atteggia-
mento e la consapevolezza della cultura giapponese nei confronti dell’infanzia è
molto meno protettiva di quella americana: ai ragazzi giapponesi, n dai primi
anni scolastici, vengono fatti arontare (molto diversamente da come avviene in
America) temi come l’impegno, la dedizione, la competizione, il confronto e le
dicoltà del crescere. La motivazione (una tra le tante) è presto detta: il Giappone
è l’unico paese al mondo ad aver sperimentato gli orrori di un attacco nucleare, che