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di aver incorporato il “senso [di un] gioco” (Bourdieu 1980) che richiede di essere veloci e di
risparmiare tempo:
“ho capito i meccanismi del lavoro in bicicletta, quindi dove parcheggiare la bici, se potevo entrare nei
condomini, dove metterla fuori dai ristoranti…se legarla o meno…per risparmiare ogni consegna qualche
minuto che magari a fine serata mi avrebbe portato a fare qualche consegna in più […] ad esempio…io le
prime volte legavo la bici ogni volta, quindi andavo di fronte al ristorante, la legavo, entravo, e poi la
slegavo…stessa cosa quando arrivavo sotto casa di un cliente, cercavo un palo, la legavo e salivo su…col
tempo ho imparato che quando arrivavo di fronte a un ristorante potevo evitare di legarla, quindi la mettevo
sul cavalletto o appoggiata a un muro se si poteva, aspettavo lì a fianco, prendevo il cibo, e andavo…e
risparmiavo non molto, un minuto…però a fine serata una consegna in più riuscivo a farmela magari…mentre
ho continuato a legare la bici fuori dai condomini per diversi mesi, sapendo come funziona nelle grandi città
che se non leghi una bici dopo poco sparisce…poi mi è capitato una sera che piovesse, e ho deciso di portarla
dentro l’androne di un condominio, e ho iniziato a…lasciarla dentro se potevo, perché mi è capitato di trovare
specie nelle prime ore della serata, verso le 6, le 7, portinai che mi dicevano che non potevo portare dentro la
bici ma di legarla fuori…dipende da…dalle condizioni del meteo, se pioveva la mettevo dentro e me ne
infischiavo, sennò la lasciavo fuori e la legavo…se scendeva il cliente non la legavo, se era al primo piano la
mettevo fra due auto nascoste e non la legavo…giusto per risparmiare quel minuto di tempo…”
(Intervista a Mario, 24, M)
Ovviamente, la velocità riguarda anche la guida, il fulcro di questa pratica lavorativa, finora rimasto
piuttosto in ombra. È per via di un ritmo peculiare, come osservano Dolores e molti altri fattorini, che
questo lavoro si differenzia da altre pratiche di mobilità urbana, come una semplice passeggiata in
bici. Come accennavamo nel capitolo precedente, guidare è un lavoro corporeo, materiale e cognitivo.
3.1. Pensare, soprattutto
“Devi guidare…devi pensare, soprattutto. Una cosa che ho pensato paradossalmente durante le alleycat è che
l’unico modo per arrivare in fondo è fermarti, ragionare su dove devi andare, dove ti conviene passare, qual è
la strada più veloce, e/o quindi non necessariamente la più sicura…e pensare al giro che devi fare […] E stesso
vale per quando devi fare il rider. Devi pedalare relativamente forte, non occorre che tu vada fortissimo, in
realtà…non è determinante. Ciò che in realtà fa la differenza è la strada che scegli. […] guardi dove sei, guardi
dov’è, ti immagini la strada…fai proprio il percorso, fast-forward moltiplicato 20, ok? Giro di qua, vado di la,
qua c’è il marciapiede che non va bene, là c’è il pavé allora passo dall’altra parte, no? E ti costringe comunque
a pensare al percorso che devi fare…di là ci sono i lavori, poi passi lì bello il rettilineo…lì fai la ciclabile,
come dire…e ti immagini un po’ il tuo percorso prima di averlo fatto, e poi lo realizzi nel migliore dei modi,
finché non arrivi alla via vicino…però devi guardare dov’è il civico, ed esattamente dov’è che devi andare in
consegna, più o meno arrivi nel raggio di 100 metri semplicemente a memoria, e questo anche senza conoscere
bene i nomi delle strade ti aiuta ad avere un’idea della toponomastica della città…invece barriera all’ingresso,
navigatore in inglese…e ne senti tanti quando sei di fronte ai ristoranti…navigatore in inglese che passo passo
ti dice qui gira a destra, qui a sinistra, qui vai dritto…e questo ti dissocia completamente da quello che stai
facendo, perché non impari un cazzo della città…e ti mette anche in pericolo”
(Intervista a Giovanni, 46, M)